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ANTEPRIMA: ESERCITAZIONI in CORSO

Federico Aprile, Federica Barbieri, Antonietta Di Vito, Roberto Frezza, Giulia Giannerini, Sara Menegatti, Letizia Rostagno, Monica Serra, Silvia Tuveri, Barbara Ceciliato e Claudio Rosi.

Luogo dell’evento: Fondazione Carlo Gajani, Via de’ Castagnoli 14 – Bologna
Data dell’evento: dal 21 al 26 gennaio 2015

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Mostra a cura di: Barbara Ceciliato, Claudio Rosi
Testi critici di: Rosetta Termenini e Sara Neva
In collaborazione con: Fondazione Carlo Gajani
Con il patrocinio di: Accademia di Belle Arti di Bologna

Casagallery Itinerante propone per ART CITY Bologna 2015 un progetto espositivo presso la sede della Fondazione Carlo Gajani, costituitasi di recente con lo scopo di valorizzare le opere del pittore e fotografo Carlo Gajani (1929-2009) e di promuovere e sostenere in varie forme i giovani artisti, con particolare riferimento al linguaggio della fotografia.

Federico Aprile, Federica Barbieri, Antonietta Di Vito, Roberta Frezza, Giulia Giannerini, Sara Menegatti, Letizia Rostagno, Monica serra, Silvia Tuveri, sono i giovani artisti che contaminano ed entrano in simbiosi con la Fondazione Carlo Gajani, sede di promozione delle opere del pittore.
Per l’occasione Art City Bologna 2015,  partecipano all’esposizione anche i curatori della mostra Claudio Rosi e Barbara Ceciliato, colleghi dell’artista Gajani. Questo evento dal titolo “Anteprima: esercitazioni in corso”, è un punto di partenza per una programmazione di attività artistiche di Casagallery che coinvolgerà altri spazi istituzionali nel corso dell’anno. Devo dire da spettatrice, che quando si entra nello spazio espositivo, a tutti gli effetti l’atelier dell’artista Gajani, non si percepisce un attrito tra le nuove opere e quelle preesistenti, ma un permeare reciproco tra i diversi linguaggi. Gli artisti hanno “messo in posa” i loro lavori seguendo la poetica del pittore che ospita la mostra.

Claudio Rosi, con la sua fotografia  “Studio per Composizione: Presenze”, ci attrae verso la profondità di uno squarcio, una fenditura  da cui emerge all’improvviso il volto di un uomo  che ci guarda. I lineamenti ci si palesano in sfumature grigie come colpiti da una fessura di luce. Il bagliore si riflette nello sguardo che restituisce allo spettatore quella scintilla attesa e cercata che colpisce ed emoziona. La luce sembra provenire da dentro o meglio da dietro gli occhi, quasi un controluce. Ma ancora il titolo ci fa comprendere che come sempre nelle opere di questo artista, la pittura prende il sopravvento e la fotografia non è altro che una “messa in posa” di elementi visivi, colori, sfumature, equilibri strutturali che compongono l’immagine..

Barbara Ceciliato con la serie “Cielo”, rifotografa vecchie polaroid e le mette in una “nuova posa”, facendo emergere il significato più profondo della fotografia. Le immagini rappresentano degli stralci di luce nel cielo, delle porte che possono portare a nuovi mondi. Spesso anche nella filmografia, si è immaginato l’aldilà con un riflesso di luce. Questo archetipo ci è rimasto nell’immaginario e spesso associamo la luce al bene. Il cielo è al contempo espansione e limite, è il luogo della trascendenza, è infinito che ci porta a scavare. Ecco, l’artista fotografa degli “accessi” per un altrove. Che sia forse l’arte, la soglia che ci fa intravedere, presagire, cogliere questo momento mori? La risposta è sempre nell’arte, con la fotografia  “Cielo 1-92/98”, l’artista ci mostra il passaggio che tutti dobbiamo affrontare.

Federica Barbieri espone una serie di fotografie “ Lente #2, #5, #8, #10, #11, #12”, in cui la luce è di nuovo la protagonista.  Un fermo immagine imprigiona giochi di luce che la stessa artista crea attraverso una lente.  Lei “mette in posa” la luce e la cattura nei suoi infiniti riflessi. Diverse inclinazioni offrono un ventaglio di immagini diverse e suggestive, le forme si susseguono in un alternarsi di luci e ombre. E’ un’indagine guidata dal gesto che attraverso il medium fotografico indaga la visione e i suoi diversi modi di svelare. Il risultato sono una serie di fotografie in bianco e nero che ricordano i primi dagherrotipi.

Giulia Giannerini scatta una serie di fotografie digitali intitolate “Skinny Love”, che “mettono in mostra” il corpo dell’artista che assume pose a metà strada tra il conturbante, seducente e lo scheletrico, scarno, insufficiente. Le fotografie sono in bianco e nero, e il contrasto rafforza l’idea di disillusione. La stessa artista espone la fotografia “Fiori Finti”. Ancora troviamo la poetica del ricordo, dell’oppressione e della solitudine. L’artista è sovrastata da un mazzo di fiori che sembrano finti, contornata da una cornice che la divide dal resto del mondo.

Sara Menegatti con le fotografie “The WAR at HOME_ camera da letto_cucina_salotto_atrio” espone una violenza all’interno delle mura domestiche. Gli scatti sono un ‘ammonizione su quello che potrebbe succedere a ognuno di noi. In effetti il protagonista di queste fotografie è un fantoccio senza volto “messo in posa” in diverse situazioni e contesti. Il manichino è già morto, e in ogni foto  scorgiamo l’arma del delitto. Colpisce il contrasto tra l’atrocità dell’atto e l’intimità del luogo, la vulnerabilità di un contesto di protezione, violato, infranto. Non c’è speranza dunque in questo lavoro, ma una voglia di denunciare e di mettere in guardia lo spettatore-cittadino, verso le malvagità dell’uomo.

Letizia Rostagno con “Convers(az)ione” e “Made in Itay”, stampa fotografica digitale, “mette in posa” le dicotomie della nostra nazione colma di tradizioni e permeata da una religione spesso ingombrante. Il quotidiano dialoga con le iconologie sacre, colme di dogmi e verità indiscusse, ma prive di realtà e verità vicine ai problemi dell’uomo d’oggi. E ancora due fotografie digitali “Ssss… Silence n.1 e 2” che ritraggono la stessa artista che si “mette in penombra”, per far scaturire dei controluce della sagoma del suo corpo. Il risultato è un’immagine evocativa e misteriosa, portatrice di una femminilità celata ma conturbante, attraente, e silenziosa.

Roberto Frezza “Luce e ombra“,“Gabbia e pregiudizio“,“In posa nascosto, quasi dimenticato“,“Il ricordo di sé“, sono le fotografie  in bianco e nero di un manichino che rappresenta un corpo maschile, ma a cui si è cercato di togliere l’identità. Riscorrendo i titoli delle immagini in effetti, troviamo una certa quantità di solitudine, di nostalgia, di ricerca di sé insieme alla desolata sensazione di non essere compreso. C’è qualcosa che non permette al protagonista delle foto di comunicare con il mondo: sbarre fittizie, sociali, pregiudizi fanno da barriera alla ricerca di libertà per realizzarsi compiutamente uomo. La comparsa dovrà pagare un dazio per passare a personaggio principale.

Silvia Tuveri “mette in mostra” fotografie apparentemente ironiche dal titolo “Pasto condito”,  “Non ti amo più”,  stampate in bianco e nero. L’artista ha senz’altro voluto esprimere le difficoltà di un percorso di vita, quello di qualunque persona, ma a cui si può reagire con sarcasmo. La finzione macabra di un dito mozzato diventa quasi reale, e la percepiamo tale, come la mancanza di affetto  si manifesta con una spazzola senza denti che ormai non serve più.  La fotografia “Quadrupede con maschera”, anch’essa in bianco e nero raffigura un cane che deve scegliere tra respirare e bere, deve scegliere la vita. Un suo alter ego in bronzo gli fa da guardiano,  “Quadrupede e guardiano”, cercando di salvarlo dalla dicotomia in atto.

Monica Serra, espone sculture realizzate con smalti e argilla dal titolo “Metamorfosi”,  “Metamorfosi in evoluzione” e utilizza marmorizzazioni, smalti e colori ad olio per l’opera “Punto di Osservazione”. La tematica è il cambiamento, il movimento, il cambio di prospettiva. L’artista presenta, accosta, allontana e “mette a fuoco” gli elementi in trasformazione. Essa stessa plasma la materia che si trasforma dopo vari passaggi e prende la forma della tache, dell’indefinito che forse si sta formando attraverso varie cromie che sembrano rinnovarsi nel tempo che scorre.

Federico Aprile, con le sue carte intitolate “Sviluppo”, “Priorità di tempo”,”Inquadro”, “Emersione_1”,  “Still life”, “Emersione_7 “, realizzate con carboncino “mette in posa” la stessa grafite di cui studia le diverse sfumature, venature, tracce, ombre. La polvere di fusaggine viene lasciata cadere sul foglio e messa in movimento dal respiro dell’artista, dal suo soffio. L’immagine che emerge precede e anticipa la volontà dell’artista.  Prende così forma l’immateriale, l’invisibile che sta dietro ad un’opera d’arte. Gli stessi titoli del suo lavoro manifestano questo desiderio di affioramento e comparsa.

Antonietta Di Vito, espone i suoi disegni creati con tecniche varie come penne, chine, pantoni
intitolati  “Croci(fisse)”, n°1,2,3,4. I  disegni raffigurano manichini “messi in posa” che pur avendo  espressioni impersonali e anonime, esprimono un certo tormento che si palesa dalla costruzione del disegno con linee tutte dello stesso spessore, con assenza di chiaro-scuri e dalla posizione di questi corpi-involucri senza vita che appaiono crocifissi in varie posizioni. Con la serie “Delay/Echo”, n°1,2,3 l’artista utilizza un espediente sonoro della musica elettronica, appunto il delay-echo, che ha la capacità di rallentare e ripetere i suoni e trasforma queste sonorità in disegni di manichini che si spezzano e si bloccano in posizioni insolite.

Rosetta Termenini e Sara Neva